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I PRODOTTI DA AGRICOLTURA BIOLOGICA

 

Un po’ di storia.

Negli ultimi anni stiamo assistendo ad un rapido sviluppo dell'agricoltura biologica, a cui ha contribuito una maggiore consapevolezza dei consumatori in materia di ambiente e sicurezza alimentare. Anche se nel 2000 rappresentava solo il 3 % circa dell'intera superficie agricola utilizzata (SAU) dell'UE, l'agricoltura biologica è diventata di fatto uno dei settori agricoli più dinamici dell'Unione europea. Tra il 1993 e il 1998 questo comparto è cresciuto di circa il 25 % all'anno e dal 1998 la sua crescita è stimata intorno al 30 % all'anno, anche se in alcuni Stati membri sembra essere ormai giunta al limite massimo delle sue possibilità di espansione. Nel 2005, circa 6 milioni di ettari sono stati coltivati secondo il metodo biologico o riconvertiti alla produzione biologica nell'UE a 25. Ciò rappresenta un aumento di oltre il 2% rispetto al 2004. Nello stesso periodo il numero di produttori “bio” è cresciuto di oltre il 6%. Dall'entrata in vigore della normativa comunitaria sull'agricoltura biologica nel 1992, in Italia diecimila aziende si sono convertite a questo sistema, in risposta ad una maggiore consapevolezza dei consumatori per quanto riguarda i prodotti ottenuti con metodi biologici e al conseguente aumento della domanda di questo tipo di prodotti.

Cos’è un prodotto ‘bio’.

Sono considerati biologici tutti i prodotti ottenuti senza l’utilizzo di sostanze chimiche in tutte le fasi del ciclo produttivo, dal campo fino alla tavola dei consumatori e sono ottenuti esclusivamente con tecniche di coltivazione e di allevamento che rispettino l’ambiente. L'agricoltura biologica è un tipo di agricoltura che considera l'intero ecosistema agricolo, sfrutta la naturale fertilità del suolo favorendola con interventi limitati, promuove la biodiversità dell'ambiente in cui opera ed esclude l'utilizzo di prodotti di sintesi (salvo quelli specificatamente ammessi dal regolamento comunitario) e organismi geneticamente modificati.
Questi gli obiettivi dell’agricoltura biologica: aumentare la diversità biologica del sistema; accrescere l’attività biologica dei suoli; mantenere per il lungo termine la fertilità dei terreni; riciclare i rifiuti di origine animale e vegetale; puntare sulle risorse rinnovabili nei sistemi agricoli organizzati localmente; promuovere la corretta utilizzazione di suoli, acqua, aria e ridurre il più possibile l’inquinamento derivante dall’attività agricola e zootecnica; mantenere l’integrità biologica e le qualità del prodotto in tutte le fasi.
Nella pratica biologica sono centrali soprattutto gli aspetti agronomici: la fertilità del terreno viene salvaguardata mediante l'utilizzo di fertilizzanti organici, la pratica delle rotazioni colturali e lavorazioni attente al mantenimento (o, possibilmente, al miglioramento) della struttura del suolo e della percentuale di sostanza organica; la lotta alle avversità delle piante è consentita solamente con preparati vegetali, minerali e animali che non siano di sintesi chimica (tranne alcuni prodotti considerati "tradizionali") e privilegiando la lotta biologica, tranne nei casi di lotta obbligatoria in cui devono essere usati i più efficaci principi attivi disponibili.
Gli animali vengono allevati con tecniche che rispettano il loro benessere e nutriti con prodotti vegetali ottenuti secondo i principi dell'agricoltura biologica. Sono evitate tecniche di forzatura della crescita e sono proibiti alcuni metodi industriali di gestione dell'allevamento, mentre per la cure delle eventuali malattie si utilizzano rimedi omeopatici e fitoterapici limitando i medicinali allopatici ai casi previsti dai regolamenti.
I pro e contro dell’agricoltura biologica.
Sebbene attualmente no vi siano risultati statisticamente significativi che dimostrino benefici alla salute negli acquirenti di solo cibo biologico, tuttavia gli alimenti biologici sono comunque gli unici che risultano del tutto esenti da contaminazioni da fitofarmaci nelle analisi condotte da Legambiente nell'ambito dello studio Pesticidi nel piatto 2007[1]. Inoltre uno studio del 2005 ha dimostrato che le tracce di agrofarmaci contenuti nelle urine dei bambini scompaiono dopo pochi giorni di alimentazione biologica[2]. Un rischio additato da molti sono le micotossine, sostanze naturali altamente cancerogene, la cui presenza sarebbe maggiore nel mais biologico, soggetto a maggiori attacchi di piralide. Un'indagine di Altroconsumo del 2007 ha trovato micotossine sia nei cereali da prima colazione biologici sia in quelli tradizionali.[1]
Dopo anni di dubbi e incertezze, le ricerche più recenti concordano nel dire che gli alimenti biologici contengono più antiossidanti e più nutrienti: ad esempio, gli scienziati dell'Università di Davis, California, in uno studio pubblicato nel giugno 2007, hanno misurato la concentrazione di flavonoidi in pomodori bio e non, raccolti fra il 1994 e il 2004 in uno studio ultradecennale che, con un rigore mai raggiunto in precedenza, mette a confronto decine di sistemi di coltivazione diversi in ambiente controllato. Grazie alla accuratezza dei metodi impiegati, si è riscontrato che mediamente i pomodori bio avevano il 97% in più di canferolo, il 79% in più di quercetina e il 31% in più di naringina, e si è inoltre dimostrato che il suolo coltivato con metodi biologici migliora nel tempo, dando frutti sempre migliori.[2]
Altri studi pubblicati nel marzo 2007 mostrano che pesche, mele e kiwi biologici hanno consistenza maggiore, e contengono una maggiore quantità di sostanze nutritive e antiossidanti quali zuccheri naturali, vitamina C, beta-carotene e polifenoli, concordando con ricerche precedenti, come quella dell'Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione, che nel 2002 ha dimostrato la superiorità nutritiva di pesche, pere, susine e arance biologiche.[2] I pomodori studiati a Davis suggeriscono che la qualità del terreno sia un fattore chiave, ma non sembra essere il solo: per esempio la polpa dei frutti bio contiene meno acqua, e è quindi più ricca di nutrienti; inoltre le varietà scelte per la coltivazione biologiche sono spesso più pregiate. Infine si ipotizza che le piante bio siano meno «pigre» dei quelle coltivate con fitofarmaci, perché costrette a produrre da sole molte più sostanze protettive.[2]
Per contro, se è vero che il divieto di usare molti prodotti di sintesi diminuisce la presenza di prodotti tossici nell'ambiente, sono però anche evidenti diverse criticità. L'impossibilità di usare diserbanti rende necessario un maggior numero di lavorazioni meccaniche, per certe colture notevolissimo. Nel riso biologico, ad esempio, vengono effettuate normalmente più di dieci false semine, allo scopo di abbattere la presenza di infestanti. In un momento come quello attuale, nel quale la limitatezza di risorse energetiche appare sempre più evidente e in cui la riduzione di gas serra diventa prioritario, l'agricoltura biologica risulta insostenibile.
I detrattori dell’agricoltura ‘bio’ sottolineano infine che la superficie agricola continua a ridursi a causa dell'antropizzazione e della desertificazione: un'agricoltura che necessita di maggiori superfici per ottenere la stessa quantità di prodotti rispetto all'agricoltura convenzionale, quando milioni di persone ogni anno muoiono per denutrizione, è assolutamente improponibile, se non per ottenere prodotti di nicchia destinati a consumatori abbienti o inconsapevoli di tutti i reali retroscena e unicamente nei paesi industrializzati.
È pur tuttavia da sottolineare che l'adozione dell'agricoltura biologica nei paesi che non sono mai stati soggetti ad uso di tecniche moderne, porta ad una produzione maggiore rispetto a tecniche più industriali.
 

La normativa sull’agricoltura biologica.

Il Regolamento (CEE) n. 2092/91 del Consiglio, del 24 giugno 1991, relativo al metodo di produzione biologico di prodotti agricoli e all'indicazione di tale metodo sui prodotti agricoli e sulle derrate alimentari, è la prima normativa a livello comunitario che crea un quadro armonizzato di produzione, di etichettatura e di controllo dei prodotti agricoli e delle derrate alimentari biologiche, al fine di rafforzare la fiducia dei consumatori in tali prodotti e garantire una concorrenza leale fra i produttori. Secondo questa normativa, si considera che un prodotto, i suoi ingredienti o le materie prima per gli alimenti per animali forniscano indicazioni sul modo di produzione biologica, quando, nell'etichetta, nella pubblicità o nei documenti commerciali, vi siano indicazioni che suggeriscono al compratore che sono stati ottenuti secondo determinate regole di produzione previste dal regolamento.

Il nuovo Regolamento (CE) N. 834/2007 del Consiglio del 28 giugno 2007 relativo alla produzione biologica e all’etichettatura dei prodotti biologici, che è entrato in vigore il 27 luglio 2007 ed sarà applicabile a decorrere dal 1° gennaio 2009, semplifica la materia sia per gli agricoltori che per i consumatori. L’uso del marchio biologico UE è reso obbligatorio, ma può essere accompagnato da marchi nazionali o privati. Un'apposita indicazione informerà i consumatori del luogo di provenienza dei prodotti.

La nuova disciplina reca un insieme di obiettivi, principi e norme fondamentali sulla produzione biologica, compreso un nuovo regime permanente d’importazione e un sistema di controllo più razionale, lasciando, tuttavia, una certa flessibilità per tenere conto delle condizioni locali e dei vari stadi di sviluppo. Autorizza,  inoltre, norme private anche più rigorose. Inoltre, l’uso del marchio biologico UE è reso obbligatorio, ma può essere accompagnato da marchi nazionali o privati ed un'apposita indicazione informerà i consumatori del luogo di provenienza dei prodotti.

In base a questa nuova normativa, potranno avvalersi del marchio biologico solo i prodotti alimentari che contengono almeno il 95% di ingredienti biologici, ma i prodotti non bio potranno indicare, nella composizione, gli eventuali ingredienti biologici. Resta vietato l’uso di organismi geneticamente modificati ed ora verrà indicato espressamente che la presenza accidentale di OGM in misura non superiore allo 0,9% vale anche per i prodotti bio. In questo modo si colma la lacuna legislativa per effetto della quale la presenza fortuita di OGM in misura superiore allo 0,9% non impediva la vendita di un prodotto etichettato bio. Tuttavia, questa disposizione è stata da molti criticata perché di fatto prevede la possibilità che OGM siano presenti nei prodotti bio che per definizione stessa non dovrebbero essere ottenuti con il contributo di ingredienti prodotti chimici e di sintesi.

Come si riconsocono i prodotti ‘bio’?.

Secondo recenti indagini i prodotti biologici sono molto più conosciuti dei prodotti DOP e IGP, ma i consumatori continuano a domandare da quali elementi si possono riconoscere con certezza.

Per quanto riguarda i prodotti vegetali, si riconoscono da quattro caratteristiche: 1)sono contenuti in imballaggi chiusi, per cui quelli venduti sfusi non sono biologici, anche se recano terminologie analoghe; 2) recano in etichetta la dizione "Da Agricoltura biologica-regime di controllo CEE"; 3) recano in etichetta il nome dell’organismo di controllo con il codice della autorizzazione concessa dal ministero delle Politiche Agricole; 4) riportano nome e indirizzo del produttore, se si tratta di prodotti freschi (contraddistinti dalla lettera "F") e anche del preparatore, se si tratta di prodotti trasformati come marmellate, succhi di frutta, pasta, eccetera (contraddistinti dalla lettera "T").

I prodotti vegetali trasformati possono essere denominati biologici solo se almeno il 95 per cento degli ingredienti proviene da agricoltura biologica. Tuttavia è ammessa la denominazione "da agricoltura biologica" anche se gli ingredienti biologici sono fra il 70 per cento e il 95 per cento del totale, a condizione che in etichetta sia specificata la percentuale con la dizione "tot% degli ingredienti di origine agricola ottenuti conformemente alle norme della produzione biologica".

Infine, c’è una terza categoria, comprendente i prodotti che stanno per diventare biologici, in quanto l’agricoltore che li produce sta convertendo la sua coltivazione. In questo caso, sempre secondo le norme comunitarie, la dizione prevista in etichetta è "prodotto in conversione all’agricoltura biologica", comunque accompagnata, come negli altri casi, dalla dicitura "Agricoltura biologica-regime di controllo CE", produttore, organismo di controllo, eccetera.

E’ da notare che soltanto per i biologici è obbligatorio riportare nome e indirizzo del produttore, per cui si sa da dove provengono. Se non c’è, è meglio diffidare, anche perché il consumatore non può controllare se si tratta di un produttore biologico attraverso l’elenco istituito presso la Regione. Il decreto legislativo n. 220/1995 ha stabilito infatti che "gli elenchi regionali sono pubblici", cioè accessibili a chiunque. Va ancora notato che, a differenza dei biologici, tutti gli altri prodotti alimentari confezionati (ad eccezione di alcuni prodotti specifici: latte uova ecc. ) possono riportare in etichetta soltanto il nome del distributore o confezionatore, senza informare il consumatore da dove e da chi provengano.

Il controllo delle produzioni biologiche in Italia viene effettuato da appositi organismi autorizzati e riconosciuti dalla CEE. Essi effettuano controlli periodici nelle aziende, effettuano analisi delle produzioni e garantiscono l'applicazione dei regolamenti comunitari.

Ci sono poi i biologici vegetali importati, sui quali bisogna fare molte e complicate distinzioni, perché sono sostanzialmente di tre tipi.

Quelli provenienti da uno qualsiasi dei Paesi dell’Unione europea, che possono circolare liberamente perché, sia pure con piccole differenze, sono soggetti alla medesima disciplina prevista dai Regolamenti CE n. 2092/1991 (per i prodotti vegetali) e n. 1804/1999 (per i prodotti animali). Non hanno bisogno del controllo di un organismo certificatore italiano perché sono controllati dagli equivalenti organismi certificatori del loro Paese d’origine.

Quelli provenienti dai Paesi terzi ove le regole "bio" sono giudicate equivalenti a quelle europee. Attualmente questi Paesi sono Argentina, Australia, Israele, Repubblica Ceca, Svizzera, Ungheria e Nuova Zelanda. I prodotti entrano liberamente nella Comunità accompagnati da un semplice certificato, senza controlli di un organismo di certificazione italiano. La loro affidabilità è a discrezione del consumatore.

Quelli che provengono da tutti gli altri Paesi terzi, che devono avere un’autorizzazione all’importazione da parte di uno qualsiasi degli Stati membri della Comunità europea, la quale permette poi ai prodotti di circolare liberamente in tutta la Comunità. Può succedere quindi (ed è successo) che un biologico estero sia autorizzato dalla Francia mentre precedentemente era stato rifiutato dall’Italia (o viceversa), ove poi potrà entrare con tutti i diritti. L’origine biologica di questi prodotti deve essere attestata da un organismo certificatore del Paese d’origine.

Ma che garanzie ci sono? Con il Regolamento n. 1788/2001, la CE ha uniformato i controlli alle dogane (più che altro di natura cartacea), considerando che alcuni Stati membri sono di manica larga nel concedere le autorizzazioni all’importazione. Il Regolamento prevede un controllo doganale effettivo su ogni partita, almeno dal punto di vista della documentazione. La partita deve avere un certificato d’importazione e di qualificazione biologica vidimato in originale sia dall’autorità competente del Paese di provenienza sia da quella doganale ed è previsto un ulteriore certificato che deve accompagnare il prodotto qualora sia suddiviso in varie partite con destinazioni diverse nel territorio comunitario. La certificazione deve contenere la dichiarazione dell’organismo o dell’autorità di controllo del Paese di provenienza che i prodotti sono stati ottenuti conformemente a norme di produzione e di sorveglianza dei biologici considerate equivalenti a quelle del Regolamento CE n. 2092/1991. Appare chiaro, quindi, che per i biologici importati dal terzo mondo non c’è alcun controllo "in loco" di un organismo italiano od europeo.

Ci sono poi i biologici di derivazione animale, come carni, formaggi, salumi, latte, uova, eccetera, disciplinati dal Regolamento CE n. 1804/1999. L’etichettatura è la stessa dei biologici vegetali, ma con le seguenti differenze.

La carne può essere venduta sia in porzioni già confezionate sia a taglio, ma in questo caso il macellaio dovrà tagliarla in presenza del consumatore e le indicazioni obbligatorie, eventualmente accompagnate anche dalla dizione "carne da agricoltura biologica", dovranno essere riportate su un cartello visibile al consumatore. Il pollame biologico, però, non può essere tagliato in presenza del consumatore, ma venduto in porzioni già confezionate oppure in carcasse intere. Il coniglio biologico ancora non esiste, perché non disciplinato. Lo stesso vale per il pesce.

Le macellerie che vendono carni biologiche possono essere esclusiviste o non esclusiviste: nel secondo caso la carne biologica deve essere esposta in un’apposita sezione del banco di vendita distinta da quella normale, con l’etichettatura prescritta. In caso contrario è meglio diffidare.

Anche formaggi e salumi biologici possono essere venduti a taglio, con il sistema di etichettatura già descritta e posta su un cartello.

Uova, latte e miele biologici possono essere venduti invece soltanto confezionati. Oltre che dall’etichettatura prescritta, le uova biologiche sono riconoscibili anche dal numero "zero" impresso sul guscio.


 

[1] Daniela Minerva, Bio non fa miracoli, L'Espresso, anno LII, n. 34, 30 agosto 2007, p. 32

[2] Daniele Fanelli, Polemica verde, L'Espresso, anno LII, n. 34, 30 agosto 2007, p. 37.

 

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