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SICUREZZA ALIMENTARE: IL PRINCIPIO DI PRECAUZIONE E LA TRACCIABILITÀ DEGLI ALIMENTI.

 

 

Premessa.

I prodotti alimentari di qualità che di norma sono anche quelli più sicuri, sono quelli verso i quali vengono rivolte tutte le attenzioni possibili in ogni momento della filiera alimentare, a partire dal produttore, fino – per così dire – alla tavola dei consumatori. Alimenti sicuri, però, non significa necessariamente alimenti uniformi. I consumatori possono infatti reperire nei punti vendita anche prodotti tradizionali e specialità locali sui quali vengono applicate le stesse norme. Quali sono i gli strumenti, anche normativi, per garantire e tutelare la sicurezza alimentare e, soprattutto, come può il consumatore verificare qualità e sicurezza di un alimento?

Negli ultimi anni, a livello di legislazione europea e nazionale, si sono affermati – sebbene con qualche deviazione recente (v. scheda su OGM) - due principi base della tutela alimentare: il principio di precauzione e quello della rintracciabilità.

 

Il principio di precauzione

Il Trattato CE contiene un riferimento esplicito al principio di precauzione, e più precisamente, nel titolo consacrato alla protezione ambientale. In passato, tuttavia, il campo d'applicazione del principio è stato esteso nella pratica anche alla politica dei consumatori e alla salute umana, animale o vegetale. In assenza di una definizione del principio di precauzione nel Trattato o in altri testi comunitari il Consiglio, nella sua risoluzione del 13 aprile 1999, ha chiesto alla Commissione di elaborare degli orientamenti chiari ed efficaci al fine dell'applicazione di detto principio. Secondo quanto indicato nella Comunicazione della Commissione Europea del 2 febbraio 2000 che costituisce una risposta a questa domanda, il principio di precauzione può essere invocato ogniqualvolta sia necessario un intervento urgente di fronte a un possibile pericolo per la salute umana, animale o vegetale, ovvero per la protezione dell'ambiente nel caso in cui i dati scientifici non consentano una valutazione completa del rischio. Sulla base di questo principio, soprattutto quando sia in pericolo la salute dei consumatori, è possibile ricorrere a strumenti atti ad impedire la distribuzione dei prodotti che possano essere pericolosi per la salute ovvero di ritirare tali prodotti dal mercato.

Secondo la Commissione, in particolare, il principio di precauzione trova applicazione non solo quando gli effetti potenzialmente pericolosi di un fenomeno, di un prodotto o di un processo sono stati identificati tramite una valutazione scientifica e obiettiva, ma anche allorché questa valutazione non consente di determinare il rischio con sufficiente certezza (c.d. rischio potenziale), purché Si verifichino nel caso concreto riunisce tre condizioni. ossia: l'identificazione degli effetti potenzialmente negativi, la valutazione dei dati scientifici disponibili e l'ampiezza dell'incertezza scientifica.

Più di recente, con il Regolamento (CE) n. 178/2002 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 28 gennaio 2002, che ha indiviiduato i principi generali e le prescrizioni generali della legislazione alimentare e ha istituito l'Autorità europea per la sicurezza alimentare , è stato espressamente previsto che allorquando esiste la possibilità che un alimento possa produrre effetti nocivi sulla salute, può essere applicato il principio di precauzione (articolo 7), al fine di intervenire rapidamente adottando tutte le misure necessarie. Tale principio viene segnatamente applicato quando sussiste un'incertezza o quando non esistono informazioni scientifiche complete sul rischio potenziale. La norma stabilisce, inoltre, che le misure devono essere adeguate al rischio ed essere riesaminate entro un termine ragionevole.

Sulla base di questo principio sono state modellate alcune importanti normative nazionali italiane (vedi norme su OGM).

 

Il principio di tracciabilità.

La tracciabilità agroalimentare, così come è definita dal Regolamento (CE) n. 178/2002 che la rende obbligatoria, è la possibilità di ricostruire e seguire il percorso di un alimento, di un mangime, di un animale destinato alla produzione animale o di una sostanza destinata o atta ad entrare a far parte di un alimento o di un mangime, attraverso tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione (art. 3). Il regolamento impone a ogni operatore del settore l’obbligo di poter seguire e dimostrare, se necessario, il precorso di ogni alimento e di ogni materia prima che lo costituisce. È quindi una taccia che permette di ripercorrere a ritroso tutte le fasi della produzione, così da garantire la piena visibilità dell’intera filiera. La tracciabilità è stata istituita per permettere, all’occorrenza, di individuare e ritirare dal mercato le partite a rischio, permettendo di risalire alle sue cause e arginando il pericolo di diffusione del danno. Tutta la documentazione sulla tracciabilità deve essere resa disponibile per le Autorità di controllo. Quindi, il fine della tracciabilità è duplice: da una parte, garantire la sicurezza alimentare, perché permette di in ogni momento e in ogni stadio della filiera produttiva; dall’altra, individuare tutte le imprese coinvolte nella produzione.

L’etichettatura è lo strumento principale e più diretto per permettere ai consumatori di sapere cosa stanno comperando e quali caratteristiche hanno gli alimenti che portano sulle loro tavole.Così come la pubblicità, essa non deve essere ingannevole e le sue indicazioni devono essere facilmente comprensibili, visibili, leggibili, indelebili e in una lingua facilmente comprensibile (possono esser anche in più lingue). L’etichetta deve obbligatoriamente riportare: il nome del prodotto e il trattamento subito, il luogo d’origine; il termine minimo di conservazione, con la dicitura “da conservare preferibilmente entro…”; l’elenco degli ingredienti in ordine di quantità decrescente; la quantità netta espressa in unità di peso o volume; nome e indirizzo del fabbricante o dell’imballatore con sede nell’Ue; eventuali istruzioni per l’uso; condizioni particolari di conservazione e utilizzazione; la gradazione alcolica per le bevande con un tasso alcolico superiore all’1,2%. Facoltative, invece, le informazioni sullo stabilimento di fabbricazione e di condizionamento e l’indicazione dei valori nutrizionali. Ci sono poi regole specifiche per i criteri da seguire nell’etichettatura delle carni bovine e loro derivati, in quella dei prodotti della pesca e di quella delle uova. Anche gli OGM e i prodotti da agricoltura biologica hanno una loro etichettatura.

Ma le etichette sono anche un alleato prezioso anche per coloro che soffrono di malattie o disturbi alimentari, come ad esempio, i soggetti allergici ad un determinato alimento. È infatti in continuo aumento il numero delle persone che soffrono di allergie o intolleranze alimentari, in particolare verso le arachidi e il lattosio. Si tratta approssimativamente dell’otto per cento dei bambini e del tre per cento degli adulti. In passato non era obbligatorio indicare le componenti di un ingrediente che incidesse per meno del 25 per cento sul prodotto finale. Ma dal 2005, salvo rare eccezioni, devono essere indicati tutti gli ingredienti, in particolare quelli noti come potenziali fonti di allergie o di intolleranze.

Altro strumento atto a garantire la massima trasparenza sulla qualità dei prodotti (e, quindi, sovente sulla loro sicurezza) è l’utilizzo di marchi di qualità (Igp  -Indicazione geografica protetta -; Dop - Denominazione d’origine protetta - e Stg - Specialità tradizionale garantita -) i quali hanno il compito di garantire che i prodotti agricoli e gli alimenti su cui sono posti siano legati a una regione o a un luogo specifico, presentino caratteristiche precise o siano fatti secondo metodi tradizionali. Il marchio Agricoltura biologica, invece, indica che le sostanze alimentari sono state prodotte con metodi organici riconosciuti che rispettano l’ambiente e livelli elevati di protezione animale. In particolare, non vengono usati antiparassitari sintetici e concimi chimici.

 

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