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PARMALAT: QUALCOSA SI MUOVE?

 

 

Il mese di giugno appena trascorso lascia dietro di sé due novità per gli  obbligazionisti Parmalat: da una parte, le sentenze di condanna (patteggiamenti) e le ordinanza di rinvio a giudizio emesse dal Tribunale di Milano nel processo penale a carico di Calisto Tanzi & C., dall’altra, l’approvazione da parte del Tribunale fallimentare di Parma del Programma di ristrutturazione con annesso concordato elaborato dal Commissario straordinario Enrico Bondi.

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Qui Parma.

 

Come tempo addietro abbiamo avuto modo di spiegare, proprio dalle pagine di questo sito, la maggior parte delle Società del Gruppo Parmalat è stato assoggettato alla procedura di amministrazione straordinaria per le grandi imprese in crisi (Legge Marzano) e conseguentemente tutti i possessori di bond emessi dalle predette società sono stati ammessi in massa di diritto al passivo del Gruppo e fanno parte a tutti gli effetti della lista dei creditori della Parmalat, anche se non privilegiati. Il Commissario straordinario Bondi aveva elaborato un piano per cercare di ‘addrizzare la barca’ e chiudere la partita con i creditori, obbligazionisti compresi.

Ora,con provvedimento del 26 giugno scorso, il Tribunale di Parma ha autorizzato la presentazione ai creditori di tale piano che, se approvato, prevede lo scambio delle vecchie obbligazioni con azioni della Nuova Parmalat non però secondo un rapporto paritario (cioè un’azione ogni obbligazione), ma bensì in base a una percentuale prestabilita a seconda della società emittente (c.d. recovery ratios). Oltre alle azioni vengono attribuiti –sempre in caso di approvazione del piano- anche un certo numero di warrants (comunque non più di 650) cioè di prodotti finanziari di alto grado speculativo (i quali, peraltro, possono essere convertiti in azioni della Nuova Parmalat con cambio paritario un’azione al valore nominale di un euro per ogni warrant).

E’ proprio con riferimento agli indici di conversione in azioni e warrants che si concentrano le maggiori critiche del Codacons al concordato. Facciamo un esempio: chi possiede 10.000,00 euro di vecchie obbligazioni PARMALAT Finance Corporation B.V. (le più diffuse), riceverà solo 1230 azioni del valore nominale di 1 euro ciascuna, per un totale di 1.230,00 euro  a cui si aggiungono 650 di warrants (convertibili a loro volta in 650,00 euro di azioni), per complessivi 1.880,00 di valore nominale.

Dal 28 giugno fino al 26 agosto 2005, dunque, gli obbligazionisti sono dunque chiamati a votare per l’approvazione o meno del Piano e potranno farlo solo rivolgendosi alla Banca, Istituto di Credito o SIM  che ha venduto loro il titolo o comunque presso la quale sono depositate le obbligazioni. La procedura di voto è gratuita (controllate attentamente eventuali  addebiti da parte del Vs. istituto di credito e contestateli immediatamente)

 

 

Cosa succede se il Piano non è approvato?

Il Commissario o può presentare al Ministro competente un piano alternativo di dismissione (vendita) delle aziende del Gruppo o chiedere al Tribunale di dichiarare il fallimento del Gruppo con distribuzione dell’attivo eventualmente esistente fra i creditori (ma gli obbligazionisti, creditori senza privilegio, non avranno praticamente nulla, visto che l’attivo non è certo sufficiente a coprire tutti i debiti).

 

Cosa succede se il Piano viene approvato?

Il Piano si considera approvato se ottiene il voto favorevole della maggioranza dei crediti ammessi al voto (cioè al passivo), ma è bene sapere che -come la legge Marzano ha stabilito - i creditori ammessi  che non esercitino il loro diritto di voto, astenendosi o votando oltre i termini fissati, vengono conteggiati fra i favorevoli con un meccanismo di vero e proprio silenzio-assenso. Ciò vuol dire che c’è una concreta possibilità che il Piano venga attuato anche di fronte al totale disinteresse degli obbligazionisti. In caso di approvazione (anche tramite il silenzio dei creditori) del Piano, gli obbligazionisti partecipanti al voto nel giro di poco tempo vedranno depositare sul proprio conto le nuove azioni e i warrants. Dopodiché non potranno fare altro che aspettare fiduciosi l’inizio dello scambio dei nuovi titoli sul mercato telematico (l’avvio verrà dato da Borsa Italiana S.p.A. con provvedimento ad hoc) e sperare che il titolo guadagni tanto da poi poter essere venduto per incassare almeno in parte i soldi investiti inizialmente. Naturalmente è difficile ora fare previsioni sull’andamento futuro di queste azioni sul mercato. Certo è che per poter almeno portare a casa un po’ di liquidi nel breve periodo  il titolo dovrà far registrare grandi exploit (anche perché oltre alla perdita di valore delle obbligazioni dopo il crak della Parmalat nel 2003, c’è da compensare anche il taglio inferto dall’indice di cambio dei bond in azioni).

Comunque, anche chi non dovesse votare potrà beneficiare di eventuali buoni risultati fatti registrare sul mercato dalle azioni della Nuova Parmalat visto che il Piano prevede che il diritto degli obbligazionisti di ottenere l’assegnazione delle nuove azioni e dei warrants decade dopo 5 anni dall’iscrizione dell’aumento di capitale della Nuova Parmalat (quindi, presumibilmente non prima del 2010).

 

Vantaggi derivanti dall’approvazione.

Non è facile quantificare in moneta sonante i vantaggi possibili per i possessori delle azioni della Nuova Parmalat.  Molto dipenderà dall’andamento del titolo in Borsa. Il Piano peraltro prevede che gli organi sociali neo costituiti siano obbligati a distribuire agli azionisti il 50% degli utili prodotti per i primi 15 anni di esercizio, salvo che la percentuale degli utili annuali sia inferiore all’1% (in tal caso la somma verrà portata a nuovo cioè andrà a bilancio per gli anni a venire). Gli utili potrebbero derivare oltre che dai proventi dell’attività industriale (peraltro mai cessata almeno in alcuni settori) anche dal buon esito delle azioni  legali intraprese dal Commissario Straordinario che con l’approvazione del Piano vengono cedute alla Nuova Parmalat (mentre –è bene sottolinearlo- le azioni legali dei creditori come ad esempio le costituzioni di parte civile nei processi penali o le azioni civili contro banche o altri soggetti, non vengono cedute al nuovo soggetto giuridico così costituito).

 

Rischi derivanti dall’approvazione.

Il Piano riserva ben 32 pagine all’analisi dei possibili rischi derivanti dall’attuazione del Piano. La stragrande maggioranza non interessano i risparmiatori che, approvato il concordato, riceveranno le azione della Nuova Parmalat, bensì la Parmalat stessa. Di altri riteniamo giusto dare conto brevemente a cominciare dai rischi finanziari generici:

-         Rischi connessi alla grave crisi finanziaria in cui si trovava la vecchia Parmalat (gli obiettivi della nuova società sono quelli di aumentare i ricavi tanto da compensare le perdite pregresse. Ma il raggiungimento di questi obiettivi è difficile anche alla luce del passivo di partenza che nel bilancio consolidato del Gruppo per il 2004 veniva stimato pro forma a 185 milioni di euro).

-         Rischi connessi alla recente costituzione della società (non disponendo di dati storici sull’andamento finanziario della Nuova Parmalat le previsioni di successo sono limitate).

-         Rischi connessi al debito contratto dalle società controllate  venezuelane (le predette società sono tra quelle che presentano la più grave situazione di deficit e il loro bilancio che andrebbe  a consolidarsi con quello delle altre società del gruppo Nuova Parmalat, potrebbe limitare o vanificare i buoni risultati finanziari del Gruppo).

Per poi passare ad alcuni rischi specifici quali:

-         Rischi connessi ai procedimenti giudiziari (è pendente un processo penale a Milano contro amministratori e sindaci del vecchio Gruppo, in cui alcune società sono costituite parte civile. In caso di assoluzione c’è un rischio –peraltro molto contenuto- che alcune società debbano pagare le spese di giudizio. In caso di condanna, invece, le società del Gruppo potrebbero essere anche esse condannate a pagare una sanzione pecuniaria per responsabilità amministrativa nei confronti dei soggetti giudicati colpevoli. Idem vale per altri processi che potrebbero in futuro iniziare.Vi sono comunque a bilancio, seppur pro forma, Fondi specifici per circa 24 milioni di euro stanziati per far fronte a simili evenienze).

-         Rischi connessi al buon esito delle azioni revocatorie (le quali oltre a portare utili darebbero diritto ai soccombenti ad avere azioni della Nuova Parmalat, con conseguente volatilizzazione e diluizione del prezzo delle azioni e dei warrants)

-         Rischi connessi alle class action americane (idem come sopra)

e su tutti

-         Rischi connessi alla possibile volatilità del prezzo di azioni e warrants (cioè alla fluttuazione del prezzo di mercato dei titoli della Nuova società legati a fattori imprevedibili e incontrollabili).

 

Che fare?

In buona sostanza il possessore di bond Parmalat non vedrà compromesso alcun suo diritto, né accrescerà con certezza le probabilità di recuperare il denaro speso qualunque sia l’esito della votazione sul Piano, quindi, qualunque sia la sua scelta fra il voto favorevole, quello contrario e l’astensione.

L’approvazione del Piano, che vale sia per chi ha votato a favore che per chi si è espresso in modo negativo, rischia di far perdere una parte del capitale inizialmente investito già molto intaccato dal default della Parmalat e successivamente in tempi ragionevoli fa acquisire titoli (azioni e warrants) dal valore di mercato  fluttuante e diritti a utili che potrebbero non prodursi o prodursi in misura tale da non essere distribuiti o limitati da passività e rischi della gestione pregressa; così come non è da escludere un rendimento (magari in prospettiva di medio-lungo termine) che consenta un recupero almeno parziale di quanto investito.

La mancata approvazione del Piano.

Il rischio è che si verifichi o il c.d. ‘spezzatino’ (aziende vendute a pezzi al miglior offerente) o il fallimento: nell’uno o nell’altro caso, dedotti i crediti soggetti a prededuzione (es. fornitori di latte) e quelli privilegiati (es. dipendenti, Stato etc..), ciò che resta (è molto probabile che non resti nulla) verrà diviso  far obbligazionisti e creditori senza garanzie.

 

Sebbene la proposta sia di per sé inaccettabile e dunque giustifichi in linea teorica un voto contrario, stante la falcidia a cui il capitale dei risparmiatori sarebbe sottoposto nel caso di approvazione del piano in virtù dei recovery ratios, tutto sommato, visto che probabilmente il Piano passerà (alla luce soprattutto del meccanismo di silenzio assenso di cui si è già detto), potrebbe avere senso anche temporeggiare: ovvero, indipendentemente dal tipo di voto espresso (contrario o favorevole) o dall’astensione, far trascorrere parte dei 5 anni previsti dal Concordato per far valere il proprio diritto a chiedere l’assegnazione delle azioni e dei warrants, vedendo se nel frattempo il valore di mercato raggiunge valori interessanti. L’unico inconveniente di questa strategia è dato dalla rinuncia a incamerare la quota spettante agli azionisti del 50% degli ipotetici utili di fine anno (distribuiti però solo se prodotti in misura superiore all’1%). Peraltro, per coloro che scegliessero di votare in un qualunque senso, potrebbe non essere così semplice adottare questa tattica attendistica, visto che la sottoscrizione dei moduli predisposti per le operazioni di voto automaticamente vale come scelta immediata di assegnazione della azioni in caso di approvazione del piano.

Altra scelta che può essere attuata indipendentemente dal votare a favore o contrario al piano è quella di cercare di vendere le vecchie obbligazioni ad una percentuale superiore a quella indicata negli indici di cambio, intascando subito qualcosa di più del valore nominale delle nuove azioni, salvo però perdere gli eventuali ma non certi incrementi legati all’aumento del prezzo in borsa.

Ad ogni buon conto e indipendentemente dalla scelta praticata, gli obbligazionisti non perdono il diritto ad agire in sede penale e –speriamo quanto prima anche- in sede civile per ottenere un giusto risarcimento dei danni subiti.

 

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Qui Milano.

Il primo processo penale avviatosi in Italia contro Tanzi & C. il 5 ottobre 2004 avanti al Tribunale di Milano, nel quale alcuni risparmiatori ed il Codacons stesso si sono costituiti parte civile, è giunto ad un’importante svolta: il Giudice per l’udienza preliminare, chiamato a valutare la fondatezza degli elementi probatori raccolti dai Pubblici Ministeri Greco, Fusco e Noverino, ha deciso che l’accusa mossa se confermata in dibattimento nel contraddittorio delle parti può portare ragionevolmente ad una condanna penale (e conseguente condanna al risarcimento delle parti civili) e quindi ha rinviato a giudizio 19 dei 30 indagati, comprese alcune importanti società chiamate in causa come responsabili civili o amministrativi.

Il processo davanti ad un collegio di giudici e aperto al pubblico, si celebrerà a partire dal 28 settembre 2005. Coloro che non si sono costituiti parti civili avanti il GUP Dott. Tacconi, possono ancora farlo prima che venga dichiarata l’apertura del dibattimento. Il Codacons  Piemonte invita i risparmiatori interessati a prendere contatto  a partire dal 3 agosto con la sede dell’associazione di Torino tutti i mercoledì dalle 16.00 alle 18.00 per avere informazioni  dai nostri esperti.

Per quanto riguarda gli 11 imputati, che hanno scelto di patteggiare la pena occorre precisare che la sentenza in tal caso però non può per legge portare ad alcun riconoscimento verso le parti civili che dovranno quindi aspettare l’esito del processo che inizia a settembre o agire in sede civile.