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Contratti dei consumatori

 

Tutela dell’interesse collettivo dei consumatori Tribunale di Torino, sez. 1,17 dicembre 2002 G.I. Silvia Vitrò Capitalizzazione trimestrale degli interessi - Tutela dei consumatori - Interesse collettivo - Legittimazione ad agire delle associazioni a tutela dei consumatori. Inibitoria e «misure idonee» - Natura - Contenuto. Sono nulle le clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi bancari passivi per i correntisti. La violazione sistematica da parte delle banche dei divieti di anatocismo comporta la sussistenza di un interesse alla cessazione di tale violazione riconducibile alla generalità della categoria degli utenti del servizio bancario. E’ pertanto accoglibile la domanda promossa dal Codacons diretta all’accertamento dell’illegittimità del rifiuto della banca al riconoscimento del diritto dei clienti al rimborso, considerata l’esistenza dell’interesse collettivo degli utenti del servizio bancario e la funzione dell’associazione attrice di tutela di tale interesse. Non sono invece accoglibili, in quanto proposte dal Codacons, l’istanza diretta alla inibizione della prosecuzione del rifiuto di rimborso e quella volta ad ordinare alla banca convenuta di procedere al ricalcolo degli interessi debitori con conseguente storno e/o rimborso delle maggiori somme addebitate o percepite per effetto degli interessi anatocistici nei confronti di tutti i clienti, in quanto entrambe le richieste si risolvono in domande generiche, prive di concreto petìtum e volte ad ottenere il risarcimento del danno o il rimborso che, ai sensi della legge n. 281 del 1998, possono essere oggetto solo di un diritto personale dei singoli utenti.

 

Svolgimento del processo
 

            Con atto di citazione notificato in data 22 giugno 2001 il Codacons (Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti e consumatori) conveniva in giudizio il San Paolo Imi spa.

            L’attore, dopo aver riferito di essere membro del Consiglio Nazionale dei Consumatori e Utenti istituito con la legge n. 281/1998 e di essere legittimato ad agire al fine di inibire gli atti e comportamenti lesivi degli interessi dei consumatori ed utenti e di eliminare gli effetti dannosi delle violazioni accertate, affermava:

- che l’art. 1283 Codice civile era la fonte normativa della regola generale del divieto di anatocismo nel nostro ordinamento;

- che le banche per decenni, dal 1952, su iniziativa dell’ABI, hanno effettuato la capitalizzazione trimestrale degli interessi nella sola ipotesi in cui fossero dovuti dal cliente, usando l’anatocismo in violazione della regola generale stabilita dall’art. 1283;

- che tale comportamento era stato avallato in passato dalla Corte di Cassazione e che, poi, però, la Suprema Corte aveva invertito l’orientamento con le innovative sentenze n. 2374 e 3096 del marzo 1999, dichiarando la nullità della previsione della capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente alla banca;

- che il Governo, con il D.Lgs. 4 agosto 1999 n. 342 (decreto salva banche) aveva, utilizzando la legge delega n. 128/1998, emanato l’art. 25, con il comma terzo del quale aveva, fra l’altro, disposto una sanatoria per il passato della capitalizzazione trimestrale degli interessi e che, però, poi, la Corte Costituzionale, con sentenza n. 425/2000, aveva dichiarato la illegittimità costituzionale del suddetto comma terzo dell’art. 25;

- che, allora, dopo tale sentenza della Corte Costituzionale, gli utenti delle banche si erano visti restituire il diritto a pretendere il rimborso delle somme pagate indebitamente dalle banche sino al 22 aprile 2000, sulla base delle illegittime clausole anatocistiche inserite nei contratti bancari stipulati anteriormente al D.Lgs. 342/99;

- che, però, le banche avevano uniformemente negato tale diritto degli utenti.

             L’attore concludeva chiedendo:

- di inibire alla banca convenuta la prosecuzione del comportamento illecito e lesivo dei diritti dei consumatori e per l’effetto di dichiarare illegittimo il rifiuto del riconoscimento del diritto degli utenti al rimborso delle somme pagate per l’anatocismo;

- di ordinare alla banca convenuta di procedere al ricalcolo degli interessi debitori con conseguente storno e/o rimborso delle maggiori somme addebitate ai clienti;

- di ordinare la pubblicazione della sentenza su alcuni quotidiani.

 

            Il convenuto San Paolo Imi, costituitosi con comparsa del 15 ottobre 2001, contestava le domande attore, eccependo:

- la carenza di legittimazione attiva del Codacons;

- l’infondatezza, nel merito, delle domande avversarie, richiamandosi a tutta una serie di pronunce giurisprudenziali di merito e di commenti dottrinari che avevano dichiarato la validità delle passate clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi.

 

L’istruzione era puramente documentale.

 

            All’udienza del 25 settembre 2002 le parti precisavano le conclusioni: l’attore le indicava in un foglio a parte, la parte convenuta richiamava quelle di cui alla comparsa di risposta.

 

             Il G.I. tratteneva la causa a decisione.

 

Motivi della decisione

 

 

1) Riguardo al tema dell’anatocismo bancario, in primo luogo si ricordano le seguenti vicende normative e giurisprudenziali:

 

 - l’art. 1283 Codice civile costituisce la fonte normativa della regola generale del divieto di anatocismo, ammettendo che gli interessi scaduti possano produrre interessi «solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti per almeno sei mesi»; tale disposizione, però, fa salvi «gli usi contrari», qualora essi ammettano l’anatocismo al di fuori dei limiti appena indicati;

 - le banche per decenni hanno praticato l’anatocismo, in particolare effettuando la capitalizzazione trimestrale degli interessi nella sola ipotesi in cui fossero dovuti dal cliente, e tale comportamento è stato avallato in passato dalla Corte di Cassazione, che aveva sempre ritenuto che la clausola avente ad oggetto la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, tratta dalle norme bancarie uniformi dell’ABI, fosse legittima, in quanto conforme ad un uso normativo;

 - ad un certo punto, però, la Suprema Corte ha invertito l’orientamento con le innovative sentenze n. 2374 e 3096 del marzo 1999, dichiarando la nullità della previsione della capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente alla banca;

 - in particolare, la Cassazione ha affermato che detta clausola, per quanto radicata nella prassi dei rapporti bancari, corrisponde semplicemente ad un uso negoziale, imposto normalmente al correntista sulla base dei moduli contrattuali predisposti dalle banche, che da ciò deriva la sua irrilevanza nel sistema delle fonti  e cioè come consuetudine apprezzabile ex ari. 8 delle preleggi, a cui soltanto fa richiamo l’art. 1283 Codice civile per derogare ai limiti all’anatocismo ivi previsti  e che si tratta di usi

eventualmente rilevanti solo ex art. 1340 Codice civile, i quali, ovviamente, non possono essere invocati ove siano in contrasto con norme di legge imperative, quali sono quelle contenute nell’art. 1283 Codice civile;

 - a questo punto il Governo, con il D.Lgs. 4 agosto 1999 n. 342, utilizzando la legge delega n. 128/1998 (che permetteva di apportare disposizioni integrative e correttive nel TU. bancario di cui al D.Lgs. 385/1993), ha emanato l’art. 25, che ha affidato al Cicr il compito di stabilire modalità e criteri per la produzione di interessi sugli interessi maturati nelle operazioni bancarie, assicurando nei confronti della clientela la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori che creditori, ed ha, inoltre, al comma terzo, previsto che le clausole relative alla produzione di interessi sugli interessi maturati, contenute nei contratti stipulati anteriormente alla data di entrata in vigore della delibera del Cicr, fossero valide ed efficaci fino a tale data e dovessero, poi, essere adeguate al disposto di tale delibera (delibera, poi, entrata in vigore in data 22 aprile 2000);

 - la suddetta norma di cui al comma terzo dell’art. 25 D.Lgs. 342/1999 è stata, però, subito dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 425/2000, per eccesso di delega;

 - ed allora, dopo tale sentenza della Corte Costituzionale la situazione inerente alle clausole di capitalizzazione trimestrale contenute nei contratti stipulati anteriormente al 22 aprile 2000 è ritornata ad essere quella precedente all’intervento del D.Lgs. 342/1999.

 

 

 2) A questo punto si rileva che si aderisce pienamente al nuovo indirizzo ormai consolidato della Corte di Cassazione (in tal senso: Cass. civ., sez. I, 16 marzo 1999, n. 2374; Cass. civ., sez. III, 30 marzo 1999, n. 3096; Cass. civ., sez. I, 11 novembre 1999, n. 12507; ed ancora: n. 6263/2001; n. 15706/2001, n. 1281/2002, n. 4490/2002, n. 4498/2002, n. 8442/2002, n. 11772/2002; ed in parte anche la giurisprudenza di merito, per es.: Trib. Firenze 25 ottobre 2001; Corte Appello Lecce 22 ottobre 2001; Corte Appello Firenze 8 giugno 2001; Trib. Terni 16 gennaio 2001; Corte Appello Cagliari 15 gennaio 2001; Trib. Perugia 14 marzo 2000).

 

 2.1) Secondo la citata giurisprudenza, deve reputarsi nulla la clausola di un contratto bancario, che prevede la capitalizzazione trimestrale degli interessi a favore della banca, in quanto si basa su di un uso negoziale (ex art. 1340 Codice civile) e non su di un uso normativo ex artt. 1 e 8 delle preleggi) e come tale, quindi, non da luogo al fenomeno dell’inserzione automatica nel contratto e non è suscettibile di derogare alle condizioni previste dall’art. 1283 Codice civile (interessi scaduti da sei mesi e domanda giudiziale).

 

 2.1.1) In tal senso, fra le altre, Cass. civ., sez. I, 16 marzo 1999, n.2374:

 - «Ritiene la Corte che il tradizionale orientamento debba essere rivisto, anche alla luce delle obiezioni sollevate da una parte della dottrina e della giurisprudenza di merito, in quanto l’esistenza di un uso normativo idoneo a derogare ai limiti di ammissibilità dell’anatocismo previsti dalla legge appare più oggetto di una affermazione, basata su un incontrollabile dato di comune esperienza, che di una convincente dimostrazione.

             Un primo rilievo, non estraneo, peraltro, allo stesso orientamento che viene ora sottoposto a revisione critica, deve essere fatto. Gli “usi contrari”, ai quali il legislatore fa riferimento, sono i veri e propri usi normativi, di cui gli articoli 1, 4 e 8 delle disp. prel. al Codice civile che, secondo la consolidata nozione, consistono nella ripetizione generale, uniforme, costante, frequente e pubblica di un determinato comportamento (usus), accompagnato dalla convinzione che si tratti di comportamento (non dipendente da un mero arbitrio soggettivo ma) giuridicamente obbligatorio, e cioè conforme a una norma che già esiste o che si ritiene debba far parte dell’ordinamento (opinio iuris ac necessitatis).

Agli usi normativi, che costituiscono fonte di diritto obiettivo, come è noto, si contrappongono gli usi negoziali, disciplinati dall’art. 1340 Codice civile, consistenti nella semplice reiterazione di comportamenti ad opera delle parti di un rapporto contrattuale, indipendentemente non solo dall’elemento psicologico, ma anche dalla ricorrenza del requisito della generalità.

L’efficacia di detti usi è limitata alla creazione di un precetto del regolamento contrattuale, che si inserisce nel contratto salvo diversa volontà delle parti. Ancora diversi, infine, sono gli usi interpretativi (art. 1368 Codice civile), consistenti nelle pratiche generalmente seguite nel luogo in cui è concluso il contratto o ha sede l’impresa, che non hanno funzione di integrazione del regolamento contrattuale, ma costituiscono soltanto uno strumento di chiarimento e di interpretazione della volontà delle parti contraenti.

Consegue da quanto osservato che, in materia, non hanno, quindi, alcun rilievo, in quanto tali (indipendente cioè dalla loro eventuale efficacia probatoria di un preesistente uso normativo conforme, di cui si tratterà oltre), le cosiddette norme bancarie uniformi predisposte dall’associazione di categoria (Associazione bancaria italiana - A.B.I.), che non hanno natura normativa, ma solo pattizia, nel senso che si tratta di proposte di condizioni generali di contratto indirizzate dall’associazione alle banche associate (la cui validità, peraltro, in relazione alla disciplina comunitaria e interna della concorrenza, è stata di recente, per alcuni aspetti non secondari, messa in discussione dalle autorità amministrative di vigilanza). Come tali, quindi, le c.d. norme bancarie uniformi assumono rilevanza nel singolo rapporto contrattuale con il cliente in quanto siano richiamate nel contratto stesso, secondo la disciplina dettata dagli artt. 1341 e1342 Codice civile.

            L’indagine alla quale la Corte è chiamata non può, inoltre, essere limitata a rilevare se nei rapporti tra banca e cliente esista un generico uso favorevole all’applicazione dell’anatocismo, essendo evidente che la specifica e puntuale disciplina limitativa legale può essere sostituita, per volontà del legislatore, solo da una normativa consuetudinaria altrettanto specifica e puntuale e non da una generica prassi derogatoria, che, proprio a causa della sua genericità non potrebbe mai costituire fonte di diritto obiettivo.

D’altra parte, se l’unico contenuto di una regola consuetudinaria fosse quello di ammettere l’anatocismo nei rapporti tra banca e cliente, si tratterebbe di una regola inutile, in quanto puramente ripetitiva della norma di legge, che, si ripete, non contiene un divieto assoluto, ma, all’opposto, afferma l’ammissibilità dell’anatocismo, sia pure nei limiti della stessa norma indicati.

Lo specifico oggetto di indagine è, pertanto, come esattamente propone il ricorrente, l’esistenza o non di una consuetudine in base alla quale nei rapporti tra banca e cliente, gli interessi a carico del cliente possano essere capitalizzati (e quindi possano produrre ulteriori interessi) ogni trimestre.

            Ora, dall’orientamento giurisprudenziale richiamato, non emerge che questa Corte abbia in precedenza affermato l’esistenza di una norma consuetudinaria di questa precisa portata, essendosi limitata ad affermare, sulla base di un dato di comune esperienza, che l’anatocismo trova generale applicazione nel campo delle relazioni tra istituti di credito e clienti.

Anzi, la dottrina formatasi nel vigore della disciplina anteriore all’entrata in vigore del nuovo codice, anche sulla base della giurisprudenza dell’epoca, affermava che gli usi normativi in materia commerciale, fatti salvi dall’art. 1232 del Codice civile del 1865, erano nel senso che i conti correnti venivano chiusi ad ogni semestre e che al momento della chiusura potevano essere capitalizzati gli interessi scaduti. Inoltre, anche tra i primi e più autorevoli commentatori dell’art. 1283 del codice vigente, si affermava che l’uso contrario richiamato da detta disposizione prevedeva che divenisse produttivo di interessi solo il saldo annuale o semestrale del conto corrente.

Non v’è alcun elemento, quindi, che autorizzi a ritenere esistente, prima del 1942, un uso normativo che autorizzava la capitalizzazione trimestrale degli interessi a carico del cliente di un istituto di credito.

            È, comunque, decisivo un ulteriore rilievo, puntualmente messo in evidenza da una parte della dottrina. La capitalizzazione trimestrale degli interessi scaduti a debito del cliente è stata prevista in realtà per la prima volta dalle c.d. norme bancarie uniformi in materia di conto corrente di corrispondenza e servizi connessi predisposti dall’ABI con effetto dal 1° gennaio 1952. La clausola sei, dopo avere affermato che in via normale i rapporti di dare e avere sono regolati annualmente, portando in conto (e cioè capitalizzando) gli interessi al 31 dicembre di ogni anno, disponeva che i conti che risultino anche saltuariamente debitori dovevano essere regolati invece, in via normale, ogni trimestre e con la stessa cadenza gli interessi scaduti producevano ulteriori interessi, al tasso da determinarsi tenendo conto delle condizioni praticate usualmente dalle aziende di credito operanti sulla piazza.

Non è stata mai accertata, invece, dalla Commissione speciale permanente presso il Ministero dell’industria, ai sensi del D.Lgs. del C.p.S., 27 gennaio 1947, n. 152 (modificato con la legge 13 marzo 1950, n. 115) l’esistenza di uso normativo generale contenuto corrispondente alla clausola di cui si è detto. Tale uso generale è stato oggetto di accertamento e pubblicazioni in raccolte di natura meramente privata. Per quanto riguarda, inoltre, l’accertamento di usi locali da parte di alcune Camere di commercio provinciali, ai sensi del combinato disposto degli artt. 34, 39-40 del R.D. 20 settembre 1934, n. 2011 e dell’art. 2, del D.Lgs. 21 settembre 1944, n. 315, deve rilevarsi che si tratta di accertamenti avvenuti tutti in epoca successiva al 1952 e ciò esclude che, in concreto, possa essere attribuita alla indicata clausola delle c.d. norme bancarie uniformi in vigore dal 1952 una funzione probatoria di usi locali preesistenti. Peraltro, la presunzione derivante dall’inserimento nelle raccolte delle camere di commercio, di cui all’art. 9 delle disp. prel. al Codice civile riguarda l’esistenza dell’uso e non anche la natura, normativa o negoziale.

Anzi, in concreto, il rapporto temporale che è intercorso tra la predisposizione delle c.d. norme bancarie uniformi in tema di conti correnti di corrispondenza e le deliberazioni camerali con le quali sono stati accertati usi locali di contenuto corrispondente, può autorizzare la presunzione che l’accertamento dell’uso locale, sia conseguenza del rilievo di prassi negoziali conformi alle condizioni generali predisposte dall’ABI, prassi alle quali mai potrebbe riconoscersi efficacia di fonti di diritto obiettivo, se non altro per l’evidente difetto dell’elemento soggettivo della consuetudine, potendo al massimo ritenersi che si possa trattare di clausole d’uso ai sensi dell’art. 1340 Codice civile. A conferma della fondatezza di tale presunzione può ricordarsi che nella raccolta degli usi bancari curata dalla Camera di commercio di Firenze, edizione 1960, l’uso relativo alla capitalizzazione trimestrale degli interessi a carico del cliente è espressamente definito come uso negoziale.

Giova, peraltro, sottolineare che, comunque, nella specie la banca controricorrente non ha invocato un uso normativo locale, ma un uso nazionale, che, in conformità con una parte della giurisprudenza di merito e della dottrina, sulla base dei puntuali rilievi, storici e giuridici, ora sinteticamente indicati, deve ritenersi inesistente.

            Infine, non appare irrilevante anche quanto può desumersi dalla concreta esperienza giurisprudenziale e dalla dottrina più volte richiamata, circa l’elemento psicologico che si accompagna al generalizzato inserimento nei concreti regolamenti contrattuali di clausole (la cui validità, alla stregua dell’art. 1283 Codice civile e in mancanza di un uso contrario, non potrebbe certo essere data per scontata) conformi alle condizioni generali predisposte dall’ABI, che prevedono la capitalizzazione trimestrale degli interessi a debito del cliente, mentre gli interessi a carico della banca sono capitalizzati annualmente. Dalla comune esperienza, infatti, emerge che l’inserimento di tali clausole è acconsentito da parte dei clienti non in quanto ritenute conformi a norme di diritto oggettivo già esistenti o che sarebbe auspicabile che fossero esistenti nell’ordinamento, ma in quanto comprese nei moduli predisposti dagli istituti di credito, in conformità con le direttive dell’associazione di categoria, insuscettibili di negoziazione individuale e la cui sottoscrizione costituisce al tempo stesso presupposto indefettibile per accedere ai servizi bancari.

Atteggiamento psicologico ben lontano da quella spontanea adesione a un precetto giuridico di cui, sostanzialmente, consiste l’opinio iuris ac necessitatis, se non altro per l’evidente disparità di trattamento che la clausola stessa introduce tra interessi dovuti dalla banca e interessi dovuti dal cliente. Su questo aspetto soggettivo, peraltro, l’orientamento di questa Corte non aveva fatto alcuna specifica considerazione, essendosi limitata ad osservare che sia le banche che i clienti chiedono e riconoscono come “legittima” la pretesa degli interessi anatocistici.

Ma tale osservazione non è rilevante, perché la legittimità della pretesa della corresponsione degli interessi anatocistici deriva direttamente dalla circostanza che il legislatore del ‘42 non ha ripetuto l’antico divieto ma, al contrario, ha ritenuto ammissibile l’anatocismo, sia pure nei limiti segnati dall’art. 1283 Codice civile. Il punto da decidere era, invece, di vedere se tali limiti erano superabili, per l’esistenza di una norma di diritto obiettivo consuetudinario di contenuto diverso, mentre su tale aspetto il citato orientamento non esprime alcuna valutazione.

            Sulla base dei rilievi formulati si deve, quindi, ritenere che la previsione contrattuale della capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente, in quanto basata su un uso negoziale, ma non su una vera e propria norma consuetudinaria è nulla, in quanto anteriore alla scadenza degli interessi.

            Un’ulteriore ragione di invalidità della clausola, quanto meno per i contratti bancari stipulati dopo l’entrata in vigore della legge, deriva inoltre dall’art. 4 della legge 17 febbraio 1992, n. 154 (trasfusa poi nel t.u. delle leggi in materia bancaria e creditizia di cui al D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385), che vieta le clausole contrattuali di rinvio agli usi».

 

            Nello stesso senso si veda, anche, per es., Cass. civ., sez. II, 11 novembre 1999, n. 12507:

- «Questa corte ha recentemente affermato la nullità della clausola, contenuta in un contratto bancario, che prevede la capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente, in quanto basata su un uso negoziale e non su una vera e propria norma consuetudinaria (Cass., 16 marzo 1999, n. 2374; Cass., 30 marzo 1999, n.3096).

            Le ragioni a sostegno di tale orientamento - che ha sottoposto a revisione critica l’indirizzo precedente - possono così riassumersi: a) L’art. 1283 Codice civile ammette l’anatocismo a determinate condizioni. La disposizione, pacificamente ritenuta di carattere imperativo e di natura eccezionale, contiene due norme: con la prima si limita la possibilità che interessi scaduti possano produrre ulteriori interessi alla sola ipotesi di interessi dovuti per almeno un semestre, mentre con la seconda la produzione di ulteriori interessi è subordinata alla formulazione di una domanda giudiziale (che ne determina anche la decorrenza) ovvero al perfezionamento di una convenzione successiva alla scadenza degli interessi stessi; b) La norma ammette la possibilità di deroga da parte di usi contrari, ma deve trattarsi di veri e propri usi normativi (artt. 1 e 8 disp. sulla legge in generale) e non di semplici usi negoziali (art. 1340 Codice civile) o interpretativi (art. 1368 Codice civile); c) In materia non hanno quindi rilievo le c.d. norme bancarie uniformi predisposte dall’associazione di categoria (Associazione bancaria italiana - ABI), in quanto esse non hanno natura normativa, ma soltanto pattizia, trattandosi di proposte di condizioni generali di contratto indirizzate dall’associazione alle banche associate; d)Bisogna allora verificare l’esistenza di una consuetudine (fonte di diritto), in base alla quale nei rapporti tra banca e cliente gli interessi a carico di quest’ultimo possano essere capitalizzati (e quindi possano produrre ulteriori interessi) ogni trimestre; e) L’indagine al riguardo conduce a risultati negativi, in difetto di elementi idonei a concretizzare la consuetudine suddetta (per un’analisi più diffusa v. le sentenze da ultimo citate).

Il collegio condivide tale orientamento, al quale intende dare continuità.

            Orbene, i requisiti fondamentali dell’uso normativo sono due: l’uno oggettivo, consistente nella uniforme e costante ripetizione di un dato comportamento; l’altro soggettivo o psicologico, che consiste nella consapevolezza di prestare osservanza, operando in un certo modo, ad una norma giuridica. Il requisito soggettivo, per vero, è contestato da una parte della dottrina; ma al collegio sembra che da esso non si possa prescindere, senza rendere di difficile percezione l’essenza del fenomeno consuetudinario giuridicamente rilevante (e non ridotto al rango di mera prassi). All’uso de quo è attribuita specifica forza normativa (ancorché si tratti di fonte terziaria del diritto, in quanto sott’ordinata alla legge e ai regolamenti), sicché deve rivestire i connotati della generalità e dell’astrattezza.

            In questo contesto, per affermare che l’anatocismo, sotto forma di capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dai clienti alla banca, costituisca applicazione di un uso normativo, non è sufficiente rilevare che esso trova generale applicazione nei rapporti tra istituti di credito e clienti.

Ciò deriva dagli schemi contrattuali predisposti dalle banche (in base alle c.d. norme bancarie uniformi, aventi però natura pattizia: Cass., n. 2374 del 1999, cit.) e può condurre a ravvisare un uso negoziale, ma non basta per identificare un uso normativo. Esso non è affidabile alla sola costanza e generalità di una prassi, in concreto ineludibile se si vuol porre in essere un certo tipo di rapporti, perché richiesta da uno dei contraenti mediante clausole uniformi e predisposte. Deve essere anche sostanziato dalla convinzione o consapevolezza di attuare una regola vertente su materia giuridicamente rilevante per la natura delle situazioni da disciplinare. E tale convinzione o consapevolezza non deve essere unilaterale, ma costituire opinione comune dei contraenti in un determinato settore.

            Nell’ambito dei contratti bancari mancano elementi idonei a ravvisare tale elemento, segnatamente per quanto concerne il modus operandi del cliente dell’istituto di credito, cliente che di regola stipula secondo schemi contrattuali predisposti dalla banca. E il fatto stesso che nei contratti si avverta la necessità d’inserire l’anatocismo sotto forma di capitalizzazione trimestrale degli interessi, lungi dal dimostrare l’esistenza di un uso normativo dimostra piuttosto il contrario. Invero gli usi normativi, richiamati espressamente dal citato art. 1283 (art. 8 disp. sulla legge in generale), operano sul medesimo piano di detta norma. Essi hanno la stessa natura delle regole stabilite direttamente dal legislatore, con la conseguenza che sono, al pari delle norme di legge, soggetti al principio jura novit curia, sicché se ne può fare applicazione anche nel giudizio di legittimità ed anche indipendentemente dalle allegazioni delle parti e dalle considerazioni in proposito svolte dai giudici di merito (così Cass., 1° settembre 1995, n. 9227, in motivazione). Pertanto, non sarebbe necessario fare oggetto di specifica previsione contrattuale la capitalizzazione trimestrale degli interessi, se essa trovasse radice in un uso normativo; al più potrebbe bastare il richiamo all’uso come fonte di diritto. Tale previsione, invece, si comprende appunto perché, in assenza di una regola giuridica, si è reputato necessario trovare una base pattizia. Ma, alla stregua delle considerazioni esposte, la relativa clausola deve essere ritenuta nulla, perché, trascurando le limitazioni fissate dall’art. 1283 Codice civile, viene a porsi in contrasto con tale norma imponendo una capitalizzazione trimestrale anteriore alla scadenza degli interessi, senza la copertura di un uso normativo.

            Né vale a superare questa conclusione l’argomento addotto dalla banca resistente, secondo cui i correntisti, ai quali sarebbero stati rimessi gli estratti analitici dei conti correnti, mai avrebbero contestato la misura contabilizzata o i calcoli effettuati.

            Si deve replicare che, come questa corte ha già deciso, la mancata tempestiva contestazione dell’estratto conto trasmesso da una banca al cliente rende inoppugnabili gli accrediti e gli addebiti soltanto sotto il profilo meramente contabile, ma non sotto quelli della validità e dell’efficacia dei rapporti obbligatori dai quali le partite inserite nel conto derivano (Cass., 11 marzo 1996, n. 1978)».

 

2.1.2) Né risultano accoglibili le contestazioni al predetto indirizzo ormai consolidato della Suprema Corte sollevate da alcuni giudici di merito (per es.: Trib. Napoli 1 marzo 1999; Trib. Bari 1 aprile 2000; Trib. Roma 10 lu-glio 2000; Trib. Firenze 8 gennaio 2001; Trib. Napoli 5 novembre 2001; Trib. Vasto 2 ottobre 2001), i quali hanno sostenuto che la capitalizzazione trimestrale operata dalle banche ha costituito da sempre un vero e proprio uso normativo.

 

            In particolare, non paiono significativi i richiami (riportati nella comparsa conclusionale di parte convenuta, pag. 11 e ss.) a norme, usi, provvedimenti e dottrina anteriori alle norme ABI del 1952, poiché tali disposizioni, provvedimenti e usi non risultano contenere una generale, uniforme, costante e precisa consuetudine dell’applicazione della specifica capitalizzazione trimestrale degli interessi da parte di tutte le banche (variando la periodicità delle scadenze o la specificità delle disposizioni).

            Né sono rilevanti gli accertamenti di usi successivi alla raccolta ABI del 1952, poiché, come rilevato anche da Cass. n. 3096/1999, «va per un verso escluso che la relativa clausola delle norme bancarie uniformi svolga una funzione probatoria di usi locali preesistenti, e va, per altro verso, presunto piuttosto che l’accertamento dell’uso locale sia conseguenza del rilievo di prassi negoziali conformi alle condizioni generali predisposte dall’ABI; prassi cui non può riconoscersi efficacia di fonti di diritto obiettivo se non altro per l’evidente difetto dell’elemento soggettivo della consuetudine».

            Ed appunto, va proprio anche del tutto esclusa la ricorrenza dell’elemento soggettivo richiesto per la configurabilità di un uso normativo, non ravvisandosi nell’applicazione della capitalizzazione trimestrale degli interessi da parte delle banche la sussistenza dell’opinio iuris ac necessitatis.

            In particolare, come rilevato dalla Cassazione con la decisione n. 3096/1999, «dalla comune esperienza emerge che l’inserimento di clausole prevedenti la capitalizzazione degli interessi ogni tré mesi a carico del cliente (ed ogni anno a carico della banca) è acconsentito da parte dei clienti non in quanto esse siano ritenute conformi a norme di diritto oggettivo già esistenti, ma in quanto comprese nei moduli predisposti dagli istituti di credito, in conformità con le direttive dell’associazione di categoria, insuscettibili di negoziazione individuale e la cui sottoscrizione costituisce al tempo stesso presupposto indefettibile per accedere ai servizi bancari; atteggiamento psicologico ben lontano da quella spontanea adesione ad un precetto giuridico in cui, sostanzialmente, consiste l’opinio iuris ac necessitatis, se non altro per l’evidente disparità di trattamento che la clausola stessa introduce tra interessi dovuti dalla banca e interessi dovuti dal cliente».

Nello stesso senso si veda anche, per es., la decisione assunta dal Tribunale di Torino in data 11 novembre 2002 (Borgatta Aurelio/IntesaBci spa), sez. VI, giudice monocratico dott. Griffey:

«Ogni indagine di fatto conduce, nel vigore dell’attuale codice, ad un fenomeno di generalizzata predisposizione della modulistica contrattuale, sicché non è difficile convenire con la Suprema Corte nel senso della inidoneità di un tale fenomeno a far ritenere sussistente un uso normativo sorretto dal necessario elemento soggettivo».

Dunque, proprio il fatto che la capitalizzazione trimestrale costituisca oggetto di previsioni pattizie nelle modulistiche bancarie dimostra la sua natura diversa da quella di usi normativi (che, quali fonti del diritto, avrebbero potuto, per essere applicati, essere anche solo genericamente richiamati).

            Né la reiterata affermazione giurisprudenziale dell’esistenza di un uso bancario normativo può essere ritenuta idonea a dimostrare la conseguente accettazione, da parte degli utenti, della capitalizzazione trimestrale a loro danno quale regola giuridica obbligatoria, dal momento che, come rilevato dal Trib. Torino 11 novembre 2002, su citato, il pregresso orientamento della Suprema Corte «quanto meno testimonia della non mai sopita perduranza di un rilevante contenzioso in materia, sufficiente a far ritenere che si trattasse di pratica generalmente imposta dal contraente forte e non accettata come rispondente al senso giuridico diffuso nella collettività sociale».

            Né un riconoscimento ed una statuizione sulla natura di uso normativo della capitalizzazione trimestrale può essere desunto dall’esame dei provvedimenti normativi in materia creditizia dell’ultimo decennio, poiché non sono in essi contenute norme che convalidino espressamente la legittimità dell’anatocismo bancario ne in generale, ne secondo le modalità applicate dalle banche.

In tal senso il citato Trib. Torino 11 novembre 2002: «Anche i ricorrenti riferimenti delle norme sulla trasparenza nei rapporti bancari ad eventuali clausole anatocistiche (cfr. art. 8 della legge 17 febbraio 1992 n. 154 - peraltro abrogato dall’art. 161 del T.U. delle leggi bancarie di cui al D.Lgs. 1 settembre 1993 n. 385 che tuttavia prevede che la norma abrogata continui ad avere efficacia sino alla emanazione dei provvedimenti delle autorità creditizie nella corrispondente materia -) non sono tali da far ritenere che il legislatore abbia inteso derogare dalla rigorosa disciplina dei limiti dell’anatocismo prevista dall’art. 1283 Codice civile, ovvero sancire, con una sorta di interpretazione autentica, che gli usi in deroga ivi richiamati siano quelli bancari, a prescindere dalla loro natura normativa o negoziale. Si tratta di precetti che mirano ad imporre alle banche correttezza di comportamento e di comunicazione, in cui il riferimento all’anatocismo può essere letto, al più, come un rinvio non recettizio al diritto vivente. In sostanza equivalente al mero richiamo ad eventuali clausole anatocistiche in quanto consentite dall’ordinamento e non rese tali in forza del richiamo. Conferma questa conclusione la delegificazione della materia della trasparenza nei rapporti bancari, di cui al già menzionato TU. 385/93».

 

2.2) Va poi ritenuto che la clausola sulla capitalizzazione trimestrale degli interessi applicata dalle banche non possa considerarsi valida neppure sulla base di altre disposizioni normative, inerenti al contratto di conto corrente.

 

            In particolare, taluni giudici di merito (per es.: Trib. Roma 26 maggio 1999; Trib. Bari 1 aprile 2000; Trib. Torino 29 agosto 2001, sez. I, giudice dott. Oberto) hanno cercato di ricondurre la fattispecie della capitalizzazione trimestrale delle banche a principi specifici che esimerebbero dall’osservanza dei limiti dell’anatocismo ex art. 1283 Codice civile:

- «nella fattispecie in esame la pattuizione di interessi su interessi scaduti non discende da una espressa pattuizione anatocistica o dalla diretta applicazione di un uso normativo, ma dalla previsione contrattuale riferita alla chiusura trimestrale dei conti debitori, trattandosi di clausola che riproduce quella del comma 2, art. 6 (ora 7) delle norme bancarie uniformi che regolano i conti correnti di corrispondenza.

L’art. 1831 Codice civile riconosce alle parti il potere di stabilire contrattualmente le scadenze di chiusura contabile del conto, con trasformazione del saldo non richiesto nella prima rimessa di un nuovo conto (art. 1823 Codice civile) sulla quale decorrono gli interessi stabiliti (art. 1825).

Tale meccanismo nel conto corrente ordinario si produce non solo in caso di rinnovazione del contratto scaduto, ma anche in caso di semplice continuazione, con evidente eccezione al principio di cui all’art. 1283 Codice civile, nella parte, quanto meno, in cui stabilisce che la convenzione anatocistica possa essere conclusa soltanto dopo la maturazione degli interessi» (Trib. Torino 29 agosto 2001 citato).   Dunque, traendo spunto dal citato meccanismo del contratto di conto corrente ordinario, si osserva che la clausola bancaria di capitalizzazione trimestrale non fa altro che applicare il suddetto principio, prevedendo una chiusura periodica e predeterminata (ogni trimestre, appunto) del conto. Al termine di ogni periodo la banca non fa altro che omettere di esercitare il diritto alla esazione del saldo, con la conseguenza che quanto dovuto si trasforma in una nuova rimessa, nel cui totale si confonde quanto in precedenza maturato per interessi.

 

            Tuttavia, gli indicati principi non appaiono applicabili relativamente al più specifico contratto di conto corrente bancario.

            In tal senso, correttamente, Trib. Torino 11 novembre 2002: - «Gli artt. 1823 e 1825 Codice civile non sono richiamati dall’art. 1857, che determina quali norme regolatrici del conto corrente ordinario sono applicabili alle operazioni bancarie disciplinate in conto corrente.

            Il principio in esame disciplina ciò che accade alla scadenza del rapporto, prima del quale nessuna delle due parti può esigere il saldo, mentre nel conto corrente bancario la clausola della capitalizzazione trimestrale è concepita in funzione della continuazione naturale del rapporto senza che sia prevista alcuna scadenza. Non se ne può dunque invocare l’applicazione in funzione analogica, non essendovi luogo a ricercare il rimedio ad alcuna lacuna di regolamentazione.

            Nel conto corrente bancario ciascuna delle due parti può normalmente recedere senza rispettare alcuna scadenza, sicché non ha senso applicare una disciplina stabilita dal legislatore proprio per il caso della naturale scadenza del contratto.

            La clausola della capitalizzazione trimestrale è intesa come criterio di calcolo degli interessi e specificatamente di quello degli interessi sugli interessi, in funzione della sua prevista continuazione. In altri termini, si da per scontato che il rapporto perduri e si stabilisce che, ferma la continuazione della fruizione del credito, gli interessi che il correntista corrispettivamente deve divengono a loro volta trimestralmente produttivi di interessi, senza alcuna trasformazione in rimessa in linea capitale. Gli interessi restano tali, come tali vengono conteggiati, ma sullo scaduto, che non muta titolo, si applicano altri interessi.

            Non ha alcun senso, infine, il riferimento ad un principio, quale quello desumibile dai ricordati artt. 1823 e 1825 Codice civile e consistente nella opzionale trasformazione del saldo in rimessa del nuovo conto, in tanto qualificabile, come naturalia negotii del contratto di conto corrente in quanto operante pariteticamente, in uno schema contrattuale che prevede, come nel caso dei contratti bancari del tipo di quello che ne occupa, distinti periodi di capitalizzazione a seconda che il saldo sia in favore dell’uno o dell’altro contraente».

 

            Le appena esposte argomentazioni rendono evidente la forzatura del richiamo, in caso di contratti bancari, delle regole specificamente previste dal legislatore nel caso del diverso contratto di conto corrente ordinario e, dunque, l’inapplicabilità del rimedio escogitato da alcuni giudici di merito per ovviare alla naturale e inevitabile applicazione, alle clausole bancarie sulla capitalizzazione trimestrale, dei divieti di cui all’art. 1283 Codice civile.

 

 2.3) La citata decisione 11 novembre 2002 del Tribunale di Torino ha eliminato anche una ulteriore argomentazione utilizzata da taluni giudici di merito per contrastare il nuovo consolidato indirizzo della Corte di Cassazione: - «Analoghi rilievi inducono a disattendere altro argomento oppositivo rispetto all’indirizzo della Suprema Corte, che trae spunto dall’art. 1194 Codice civile, il quale imputa, salvo diverso accordo con il creditore, ogni pagamento dapprima al debito per interessi e poi a quello in linea capitale. Alla scadenza trimestrale, si osserva, la banca potrebbe esigere il saldo, imputandolo dapprima agli interessi e poi al capitale. Se invece essa non chiede il rientro, ma si limita ad addebitare gli interessi sugli interessi, tiene tutto sommato un comportamento equivalente.

            Ciò per vero non pare. La clausola presuppone la continuazione del rapporto (fruizione del credito), ovvero la sua conclusione ed il passaggio in sofferenza, e fa sì che gli interessi passivi per il correntista vengano in entrambi i casi calcolati con anatocismo trimestrale. Al momento in cui avverrà il rientro effettivo, nessun dubbio che i pagamenti effettuati dovranno essere imputati dapprima agli interessi (con l’anatocismo, se ritenuto legittimo) e poi al capitale. Giusto dunque che nel caso di rientri parziali, ognuno di essi sarà imputato dapprima agli interessi e poi al capitale.

            Ma la questione è come siano stati calcolati gli interessi. Se con anatocismo, lo scaduto avrà a sua volta prodotto interessi. Se no, gli interessi saranno stati calcolati solo sulla somma dovuta in linea capitale. Non pare che le due situazioni siano assimilabili».

 

2.4) In conclusione, sulla base delle argomentazioni sopra esposte, si ritiene di aderire al nuovo e ormai consolidato orientamento della Corte di Cassazione, rilevandosi la nullità delle clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi bancari passivi per i correntisti.

 

 

3) Per quanto riguarda l’eccezione, sollevata dalla parte convenuta, di carenza della legittimazione attiva della parte attrice, si rileva, in primo luogo, che, ai sensi della legge n. 281/1998, che disciplina i diritti dei consumatori ed utenti e la costituzione e il funzionamento delle associazioni dei consumatori ed utenti (fra le quali rientra il Codacons:

- art. 1: «In conformità ai principi contenuti nei trattati istitutivi delle Comunità europee e nel trattato sull’Unione europea nonché nella normativa comunitaria derivata, sono riconosciuti e garantiti i diritti e gli interessi individuali e collettivi dei consumatori e degli utenti, ne è promossa la tutela in sede nazionale e locale, anche in forma collettiva e associativa, sono favorite le iniziative rivolte a perseguire tali finalità, anche attraverso la disciplina dei rapporti tra le associazioni dei consumatori e degli utenti e le pubbliche amministrazioni»;

- art. 3: «Le associazioni dei consumatori e degli utenti inserite nell’elenco di cui all’art. 5 sono legittimate ad agire a tutela degli interessi collettivi, richiedendo al giudice competente:

a) di inibire gli atti e i comportamenti lesivi degli interessi dei consumatori e degli utenti;

b) di adottare le misure idonee a correggere o eliminare gli effetti dannosi delle violazioni accertate;

c) di ordinare la pubblicazione del provvedimento su uno o più quotidiani a diffusione nazionale oppure locale nei casi in cui la pubblicità del provvedimento può contribuire a correggere o eliminare gli effetti delle violazioni accertate».

 

3.1) Alla luce di tali norme si rileva che l’associazione dei consumatori ed utenti risulta godere di una legittimazione autonoma a difendere interessi riconducibili alla generalità della categoria dei consumatori o utenti, chiedendo l’inibizione di atti o comportamenti lesivi degli interessi di costoro e l’adozione di misure idonee ad eliminare gli effetti dannosi delle violazioni accertate, oltre alla pubblicazione del provvedimento.

            A livello individuale, poi, i singoli consumatori, titolari delle specifiche posizioni soggettive lese, sono legittimati ad agire a tutela delle stesse, facendo valere, per es., i propri personali interessi ai rimborsi e risarcimento dei danni.

                                           

3.2) Nel presente caso, da un lato si osserva che la violazione, sistematicamente, da parte delle banche – compreso il convenuto S. Paolo -, dei divieti di anatocismo (come emerge dalla raccolta documentale n. 2 prodotta dall’attore) comporta la sussistenza di un interesse alla cessazione di tale violazione, riconducibile alla generalità della categoria degli utenti del servizio bancario.

 

            Dall’altro lato si rileva che le domande attoree sono però, ammissibili ed accoglibili solo in parte.

 

            In particolare, la prima domanda attorea ha il seguente oggetto: «Inibire alla banca convenuta la prosecuzione del comportamento illecito e lesivo dei diritti dei consumatori e per l’effetto dichiarare illegittimo il rifiuto dell’istituto di credito al riconoscimento del diritto della propria clientela alla restituzione delle somme indebitamente percepite in base alla clausola contrattuale della capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori dall’inizio del rapporto alla data del 22 aprile 2000».

            In tale domanda appaiono comprese due istanze:

- la richiesta di accertamento dell’illegittimità del rifiuto della banca al riconoscimento del diritto dei clienti al rimborso;

- l’inibizione della prosecuzione del comportamento illecito della banca di rifiuto del rimborso.

            La prima istanza, di accertamento dell’illegittimità del comportamento della banca, è senz’altro ammissibile ed accoglibile, considerata l’esistenza dell’interesse collettivo degli utenti del servizio bancario su indicato e la funzione dell’associazione attrice di tutela di tale interesse.

            La seconda istanza, avendo ad oggetto l’inibizione di un comportamento emissivo della banca, si risolve, ovviamente, in una richiesta di condanna della stessa al rimborso delle somme indebitamente percepite.

            Come tale questa istanza non è accoglibile, essendo del tutto generica, mancando uno specifico petitum, che abbia un contenuto più ampio e diverso dal concreto rimborso che può essere oggetto solo di un diritto personale dei singoli utenti.

                                

            Nelle conclusioni finali precisate all’udienza di p.c. del 25 settembre 2002, poi, l’attore ha inserito una serie di richieste di misure dirette a far ottenere a clienti della banca il rimborso delle somme indebitamente pagate con il calcolo dell’anatocismo trimestrale.

            Ma tali richieste sono inammissibili, perché avanzate, tardivamente, solo in sede di udienza di precisazione delle conclusioni.

            Né può ritenersi che il giudice debba disporre d’ufficio dette misure, perché la legge n. 281/1998 non sembra prevedere un tale potere discrezionale del giudice, indipendente da specifiche domande provenienti dalla parte, e perché, nelle conclusioni dell’atto di citazione, l’attore non aveva comunque richiesto una pronuncia, da parte del giudice, di misure idonee ad eliminare i danni delle violazioni accertate.

 

            Nell’atto di citazione l’attore aveva invece chiesto, come seconda domanda, di «ordinare alla banca convenuta di procedere al ricalcolo degli interessi debitori con conseguente stomo e/o rimborso delle maggiori somme addebitate o percepite per effetto degli interessi anatocistici nei confronti di tutti i clienti».

Ma neppure tale domanda è accoglibile, trattandosi anche in questo caso di una domanda generica, priva di concreto petitum specifico.

E, d’altra parte, se la domanda fosse stata più specifica, con la richiesta di concreta condanna della parte convenuta al rimborso di determinate somme a favore dei clienti, si sarebbe trattato di domanda inammissibile, poiché la citata legge n. 281/1998 non prevede la legittimazione delle associazioni di consumatori ad agire per ottenere il risarcimento del danno o il rimborso spettanti ai singoli consumatori ed oggetto di loro diritti strettamente personali.

Infine, è invece accoglibile l’ultima domanda, avente ad oggetto la richiesta di pubblicazione della sentenza.

Infatti, la pubblicazione della sentenza su dei quotidiani può contribuire, in questo caso, come richiesto dall’art. 3 della legge n. 282/1998 su citato, a correggere o eliminare gli effetti delle violazioni accertate, portando a conoscenza delle banche l’accertamento dell’illegittimità del loro rifiuto di riconoscimento dei diritti dei clienti al rimborso delle somme percepite dalla banca in violazione del divieto di anatocismo e la conseguente sussistenza del loro obbligo di procedere appunto a tali rimborsi.

4) La parziale reciproca soccombenza delle parti comporta la sussistenza di giusti motivi per addivenire alla compensazione delle spese legali tra le parti nella misura di un terzo.

La parte convenuta, poi, va condannata a rimborsare all’attore i restanti due terzi delle spese processuali.

 

P.Q.M.

 

Definitivamente pronunciando nel contraddittorio delle parti;

ogni diversa istanza, eccezione e deduzione disattesa o respinta;

dichiara l’illegittimità del rifiuto della convenuta S. Paolo Imi spa al riconoscimento del diritto della propria clientela alla restituzione delle somme indebitamente percepite in base alla clausola contrattuale della capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori dall’inizio del rapporto alla data del 22 aprile 2000;

respinge le altre domande della parte attrice;

dichiara compensate le spese processuali fra le parti nella misura di un terzo;

condanna la convenuta S. Paolo Imi spa a rimborsare all’attore Codacons i restanti due terzi delle spese processuali, due terzi che liquida in € 5.300 (di cui € 300 per esposti, € 2.000 per diritti ed € 3.000 per onorari), oltre spese generali 10, Iva e Cpa.

Ordina la pubblicazione di breve estratto della presente sentenza (contenente l’indicazione degli estremi della controversia, dell’organo giudicante, delle parti e del dispositivo), a cura e spese della parte convenuta, per una volta, sui quotidiani La Stampa e La Repubblica.

 Così deciso dal G.I. in funzione di Giudice unico in data 17/12/2002